Filosofo, vissuto nel secolo 16., è uno dei seguaci più importanti di Bernardino Telesio, del quale spiega con originalità concettuale ed espressiva il pensiero filosofico, difendendolo dalle critiche spesso acrimoniose di alcuni epigoni dell'aristotelismo, soprattutto da quelle del ferrarese Teodoro Angeluzio. L'opera dalla quale il filosofo apriglianese riceve lustro, nell'ambito culturale italiano di quel secolo, è intitolata Disceptationum libri V contra calumnias Theodori Angelutii in maximum philosophum Franciscum Patritium, in quibus pene universa Aristotelis philosophia in examen adducitur ed è stampata a Venezia nel 1588, con dedica al Telesio. In essa la visione della natura fisica è tutta impregnata dall'idea di un senso, una sensibilità universale, che fa del mondo un grande essere vivente e sensiente, mentre il caldo e il freddo, che presiedono al mutare ininterrotto della natura fisica, si convertono nello spirito vitale che anima in senso metafisico il tutto.
È uno dei poeti più originali della letteratura italiana. Inizia la sua attività lirica come marinista della Napoli gaudente e barocca di quel secolo, ma, in seguito ad una crisi esistenziale, il nostro poeta si rifà al petrarchismo come paradigma d'ispirazione poetica, per poi sfociare in una concezione lirica profondamente originale, sostanziata da un'espressività di tipo preromantico, imperniata sulla sua sfortunata vicenda sentimentale nei confronti di una ragazza napoletana, il cui pseudonimo è Filli, conosciuta al tempo dei suoi studi universitari. Tornato subito dopo la laurea a vivere tra Cosenza ed Aprigliano, in seguito all'improvvisa morte del padre. lo Schettini diventa un poeta e un uomo di cultura sempre più rinomato in Italia e viene nominato principe dell'Accademia Cosentina, che riporta all'alto prestigio dei tempi del Telesio. In seguito ad una crisi esistenziale concernente la futilità della gloria terrena, diventa sacerdote e distrugge la sua produzione lirica, compresa la tragedia "Carlo Stuart". Dopo la sua morte l'editore Bulifon pubblica a Napoli, nel 1693, le "Poesie" del grande apriglianese, avendone fortunatamente ritrovato un manoscritto; altre due edizioni in quella città escono nel 1708 e nel 1716; a Cosenza se ne ha una nel 1826.
Nel '600 ad Aprigliano, operano nel campo della letteratura i poeti Domenico Piro, Ignazio Donato e Giuseppe Donato e più in ombra e marginale per problemi familiari, Carlo Cosentini, esponenti di spicco di un laboratorio - poetico chiamato il "Focolaio apriglianese" e meglio ancora conosciuto nella provincia come: "I Gapulieri".
Questi poeti hanno una loro importanza nel panorama culturale dell'Italia Meridionale del '600 e in particolare nella Calabria e attraverso il loro studio, dalla metà del secolo 19. ad oggi, si è riusciti in qualche modo a sciogliere il nodo storico di Duonnu Pantu e dell'indagine conoscitiva della sua identità che, addirittura, secondo alcuni studiosi, sotto tale pseudonimo si mascherava la voce dei poeti apriglianesi e in particolare dei Gapulieri, per sfuggire alla censura del potere Spagnolo e della Chiesa.
Una società di scrittori, quella dei Gapulieri, percepita come una "res pubblica litteratorum" inserita nel contesto regionale e che proponeva una poesia come pratica sociale, rifuggendo da un marinismo imperante e che recuperava nei versi, un libertinismo di espressione, che nei sui contenuti più alti si spinge ad una politica di contestazione del potere spagnolo.
La poesia dei Gapulieri diventa un elemento di riconquista del corpo e del senso e recupera una corrente del pensiero moderno che collega le eresie del libero spirito all'utopismo del pensiero filosofico di Tommaso Campanella.
Nella concezione dei Gapulieri, il diavolo è Pan redivivo, cristianizzazione di un'entità divina che simboleggia il flusso incontrollabile delle pulsioni e che rappresenta quel "Duonnu Pantu" della poesia popolare apriglianese divenuto maschera satirica della libertà d'espressione.
[Per ulteriori approfondimenti del pensiero dei Gapulieri si rimanda al testo : I Gapulieri / G. Abate. - Cosenza : Edizioni Orizzonti Meridionali, 1998.]
Scarsissime sono le notizie sulla vita e sulle opere di "questo figlio prediletto d'Apollo e delle Muse" come lo definisce il poeta Luigi Gallucci nella prefazione alla "Raccolta di poesie calabre".
Domenico Piro, meglio noto sotto lo pseudonimo di "Duonnu Pantu", nacque ad Aprigliano da una nobile famiglia nel 1664 o '65. Il padre si chiamava Ludovico e la madre era sorella a Giuseppe e Ignazio Donato. L'abitazione del Piro, sita nella frazione Pera, era denominata "casa dei Notari" per la professione esercitata da molti della famiglia. Niente sappiamo della sua vita, all'infuori di qualche notizia da accettare con riserva tramandataci dal Gallucci. Anche per quanto riguarda il soprannome "Pantu" qualcuno, avvalendosi delle affermazioni del Barrio e dell'Amato, ha avanzato dei dubbi circa l'assegnazione a Domenico Piro
Per quanto riguarda lo pseudonimo in questione nessuno più dubita che fu del Piro. Altra notizia certa è l'anno della sua morte avvenuta nel 1696, come risulta dalla epigrafe dettata dal fratello Padre Isidoro Piro, filosofo e sacerdote dell'ordine dei Minimi.
Riportiamo la lapide custodita nella chiesa di Santo Stefano:
Suspice, viator, et inspice
Mortis morsus, dum vita frueris
D. Domenicus Piro, Ludovici filius
Olim ex cathedra:
Jam sepolcro docet:
breves dies hominis esse.
septennis (Proh dolor!) vix tactis lustris
omnigenae scientiae peritia illustrior
lucis usuram amisit
anno dominicae incarnationis
1696
Biscat vivus a mortuo
nam schola vitae mors est.
Isidorus eiusdem frater natu minor
professione Minimus, non sine lacrimis
anno jubilei
1700
F.
La testimonianza della lapide, come è facilmente intuibile, non è importante soltanto per stabilire la data in cui Domenico Piro morì ma per agevolare la nostra modesta opera di una interpretazione più equa della parabola terrena del Nostro e per una ricerca più seria intorno alla sua poesia. Infatti non possiamo trascurare il fatto che l'epigrafe fu dettata quattro anni dopo la morte del poeta dal fratello Padre Isidoro, uomo coltissimo e monaco dell'ordine dei Minimi.
Per quanto riguarda la sua educazione nulla o quasi è arrivato fino a noi. Una parte importante della sua breve esistenza certamente ebbero: il fratello Isidoro "eruditissimus", come lo definisce il Barrio e "vir meliori aevo dignissimus, qui vel in tantis tenebris veritatis lucem aspexit" come dice l'Amato; i fratelli Donato, zii materni del Piro: ed il fraterno amico Carlo Cosentino col quale Pantu era solito trascorrere molte ore durante l'estate ad ispirarsi sotto l'ombra di un gelso bianco, posto incontro alla casa dell'amico "scrivendo versi e traducendo in dialetto apriglianese la Gerusalemme Liberata". Carlo Cosentino, inoltre, si recava spesso al mercato di Cosenza "per far tesoro delle vere frasi del nostro dialetto, che industremente ed a fatica raccoglievano dalla bocca delle donnicciuole", come dice il Salfi. Sappiamo con certezza che fu sacerdote. Queste sono le uniche notizie attendibili sulla vita del Pantu.
Il pensiero
Nella memoria storica, il personaggio "Duonnu Pantu" si ripropone spesso come enigmatico e seducente sul piano intellettivo ed emotivo, per quanto i suoi versi imprimono nel nostro comprendere. Il personaggio, peraltro non facilmente identificabile per le scarse notizie storione certe, per l'assenza di materiale che ne definisca l'identità storica e culturale, oltre ai dubbi di fondo, rimanda ad un intreccio di sensazioni e di ipotesi concettuali che definiscono e determinano il fenomeno "Pantu" come un mito tramandato da padre in figlio, attraverso una orale trasmissione dei suoi versi, a cui si sono associati aneddoti popolari.
Tale processo, alquanto peculiare e decisivo nella raffigurazione del personaggio, ha finito con il circoscrivere la sua scarna biografia e le notizie storielle di un colore mitologico che ha racchiuso i contorni del personaggio, a volte in maschera popolare irridente e satirica, altre volte, proprio per la commistione e mescolanza di contrari e contrasti nei quali si confondono, non solo il sacro e il profano, "incenso e zolfo", il bene ed il male, il vero ed il falso, il chiaro e lo scuro, la sacralità del corpo e la sua negazione, in un mito tramandato da generazione a generazione.
Ad Aprigliano nel '600 sono significative le "voci" dei fratelli Ignazio e Giuseppe Donato, Carlo Cosentino e Domenico Piro, che scrivono in dialetto le loro opere. Ma è con "Duonnu Pantu" che il dialetto assume una sua dignità storico-culturale. Nel "Pantu", o chi per lui, la vigoria linguistica che si esprime con naturalezza nel dialetto calabrese, è plasticità visiva che assume una forza evocativa unica.
Tutte le immagini del Pantu sono raffigurazioni espresse nella forza evocatrice del dialetto e fanno parte del patrimonio della vita quotidiana del popolo. La sua poesia, per questo, non può che assumere un taglio evocativo immediato.
Questo stretto rapporto fra gli schemi comunicativi di Pantu e quelli espressivi del popolo, sono entrati nell'uso comune e sono diventati parte integrante del patrimonio culturale e nell'immaginario proverbiale popolare. Pantu può essere storicamente considerato il primo poeta dialettale calabrese, come dice L. Gallucci, colui che "a li tiermini mise li sigilli" e, anche se non è il primo storicamente, è sicuramente colui che per primo riesce a dare al patrimonio linguistico calabrese dignità espressiva, quantificandone lo spessore socio-culturale.
"Duonnu Pantu", proprio per i dubbi storici della sua identità, è ormai diventato un'ombra inquietante nella letteratura e nel processo storico-culturale della Calabria. Principalmente ci si è preoccupati di sciogliere l'enigma della sua biografìa avvolta nel dubbio e nella mancanza quasi assoluta di dati verificabili storicamente e, quando non viene riconosciuta l'identità storica di un pensiero, il pensiero stesso viene ad essere altro e diventa ciò che noi vogliamo esso sia o possa rappresentare. Per questo meccanismo, diverse volte e in diversi contesti, si è considerato in modo superficiale la poetica "pantiana" come oscena, oppure, si è analizzata la sua tematica solo ad un livello superficiale.
Incantati e meravigliati dai versi che creano immagini suggestive, lo abbiamo volgarmente e riduttivamente considerato un prodotto pornografico atipico, feticcio da consumare avidamente, finendo per considerare la sua poesia come oggetto da vendere o da sacrificarsi sull'altare di un sesso esorcizzato.
Occorre ricordare come la tradizione popolare ha tessuto intorno al poeta, diremmo meglio sul suo pensiero, una maglia di aneddoti attraverso i quali il personaggio appare ambiguo, contraddittorio e sfuggente. "Pantu" diventa in tal modo la voce del popolo, la lingua tagliente che opera attraverso il di lui pensiero e assurge al ruolo di voce della maschera popolare, oppure diventa l'eroe che, opponendosi al potere con una satira pungente, disvela un mondo di servilismi e di finzioni, di ipocrisia e falsa morale.
La cultura ufficiale ha sempre operato un meccanismo di negazione, esorcizzando il suo "poetare", divaricando strumentalmente con presupposti concettuali gli indizi critici della poetica "pantiana", riproponendo, forse per una razionalizzazione difensiva, una condotta di vita immorale e spregiudicata da additare al poeta, allo scopo di neutralizzare la sua carica comunicativa, per negare al popolo quel sostegno ideologico che rappresentava la sua poetica nel binomio sesso-vita, che prepotentemente si poneva come una precisa scelta esistenziale, espressiva, anticonformistica e di rottura di equilibri.
Riteniamo pertanto, che il problema della biografìa del Pantu diventa marginale in confronto alla necessità obiettiva di una analisi culturale e critica della sua produzione poetica e del fenomeno culturale che la sua opera ha determinato nella letteratura e nella cultura calabrese. Lasciarsi sviare dalla tentazione di ricostruire solamente la biografìa storica, significa essere evasivi nei confronti di tutto ciò che la sua poesia, direttamente o indirettamente comunica ed evoca nel lettore. Per comprendere la spregiudicata indipendenza culturale del suo pensiero, bisogna ricordare come il '600 sia stato il secolo della immoralità trionfante e del potere della prepotenza della signoria del feudo. Il tempo della Controriforma, se da una parte "conserva" - nel peggiore dei modi e cioè con la violenza repressiva - la cultura del Rinascimento, dell'erudizione filologica delle arti e del suo culto, ebbe anche il compito - funesto - di frenare e reprimere ogni nuovo moto di pensiero scientifico
e filosofico, artistico, culturale. Tutto doveva essere analizzato dalla lente del controllo e filtrato nel canone accettato e stabilito dal potere ecclesiastico. "Pantu" e il suo pensiero non solo sfugge a tale meccanismo repressivo, ma rimane a comunicare ancora il suo credo eretico-sessuale, non imprigionabile nelle strette maglie di una censura ideologica.
In questo periodo storico di ombre paurose, di ambiguità esistenziale, di roghi e sangue, di repressione con l'immagine "indecifrabile" della morte, di tempo dell'ipocrisia e dell'artificio fine a se stesso, tempo dello spettacolo decadente della ricchezza che convive con la miseria in una atmosfera di commistione e negazione di identità storica, "Pantu" recupera la sua libertà espressiva e per la sua corrosiva analisi sull'immoralità del potere, diviene la voce del nuovo, di tutto ciò che non può essere imprigionato, compresso, ma dovrà essere solamente espresso ed ascoltato nelle sue storiche verità e nelle sue arcaiche raffigurazioni di uomini e cose.
La tensione parossistica implicita nell'opera pantiana, l'implosione sempre presente nei suoi versi che rimandano ad uno stimolo di protesta e ribellione come reazione alla repressione della Controriforma, sono segni tangibili che permangono nella sua esplosiva poesia. L'attacco al manierismo imperante come reazione ad una poesia falsa e artificiosa, viene portato da "Pantu" attraverso una poesia erotica, sessuale, che è incalzante, che non permette pause, essa è continua fecondazione della vita.
Una tematica poetica che avrebbe sicuramente bisogno di una indagine ancora più profonda, per comprendere quale sia il filo nascosto che la sorregge nel suo tempo e oltre, che tenta di provare, esperimentare, promuovere arte con la lingua del popolo, nel tentativo di rilanciare una recuperata dimensione erotica della vita, per esprimere una libertà di pensiero e un desiderato mondo di sensualità e di convivenza.
Donnu Pantu descrive il corpo e la sua superficie, egli si spinge oltre il visibile del suo confine e recupera nel desiderio pulsionale il suo interno sconosciuto. La sua poesia è compresa tra fantasia e alchimia e si percepisce attraverso l'odore acre della realtà popolare dove sacro e profano, incenso e zolfo, si mescolano in una dimensione di farsa allegorica, in un racconto sul mondo riproposto atttraverso l'ironia pungente che apre lo spazio ad una rinnovata coscienza e che preannuncia, attraverso la propria libertà espressiva, l'indipendenza del proprio pensiero.
Duonnu Pantu, con la sua poesia, attraverso il corpo ritrovato, continua a cantare le meraviglie del mondo e a mostrarci con sottile ironia e tristezza, di un luogo dove l'eros, ancora inesplorato pianeta di fecondazione della vita, si ripropone come verità del nostro possibile divenire.
Opere Principali
Cazzeide
La Cazzeide è un componimento di ventuno ottave. Pantu paragona il suo secolo (17.), in cui uomini e donne sono dominati dalla lussuria, con la favolosa età dell'oro, ai tempi di Saturno, quando regnava l'innocenza e l'amore era solo unione spirituale con la persona amata. Il poeta ne dà la colpa alla dea Venere che, offesa più volte da Giunone in collera con lei, punisce le donne in modo che siano prese da forte eccitazione sessuale. Ogni donna è così alla ricerca frenetica di un compagno per congiungersi carnalmente: non guarda luogo, non fa distinzione di età, di grado, di razza, di condizione sociale. L'invadente immoralità non ha più punti di arginamento: il marito sa della moglie che lo tradisce e fa finta di nulla, finanche le porta l'amante in casa; così come il fratello ride della sorella da lui sorpresa mentre fa all'amore. Pantu conclude esortando i giovani a trascorrere il tempo tra i piaceri della vita.
Cunneide
La Cunneide è un componimento di quarantotto strofe di quattro versi, di cui tre endecasillabi e un quinario che fa rima col primo verso. Pantu afferma come la maggior parte delle persone rincorrono le ricchezze facendone lo scopo principale della loro esistenza, mentre egli si accontenta di vivere alla giornata:
una mangiata di castagne bollite, un po' di verdura, una bevuta di vinello da un fiasco lo rendono felice. Poco importa se veste poveri panni e porta ai piedi miseri calzari. Che gli altri si divertano pure, mangino a crepapelle, bevano in coppe d'oro e vadano anche fino a Roma. Egli non da peso a queste cose preferendo spassarsela nella sua Aprigliano. Quello che desidera veramente è fare all'amore. Non importa se con donne brutte o belle, sposate o nubili, vecchie o giovani, alte o basse, magre o grasse e così via. Solo rifiuta il rapporto sessuale - dice il poeta - chi è debole di schiena, chi non ha più buoni lombi. Non è forse vero che è proprio l'organo sessuale femminile a muovere ed a condizionare ogni cosa? Persino gli Dei furono presi da irrefrenabile passione per le donne: Giove nei confronti di Europella, Marte verso Venere, Piritò per Persèfone. Solo gli impotenti e/o gli ipocriti sostengono che vi sono delle persone che rifuggono i piaceri sessuali. È fuor di dubbio - continua il Nostro - che l'organo sessuale femminile è una grande delizia, una vera dolcezza ed una efficace medicina.
Mumuriale
II Mumuriale è l'istanza che don Caprone, detenuto nel carcere del vescovato per aver commesso adulterio, presenta all'arcivescovo di Cosenza pregandolo di concedergli la libertà, adducendo a sua discolpa che ebbe sì rapporto sessuale con donna sposata, ma che non riuscì però a compierlo totalmente perchè colto sul fatto. Inoltre, egli credeva di fare opera buona. E poi è solo un prete e, come tale - lo dicono persone assai autorevoli - non infrange la legge se si congiunge carnalmente con donne di facili costumi, per di più facendo loro dei regali.
Pruvista
All'istanza (Mumuriale) presentata da don Caprone, segue il giudizio emesso dall'arcivescovo Gennaro Sanfelice. Si ordina che il prete sia messo in libertà a condizione che ponga freno ai suoi istinti sessuali, eviti di ingravidare qualche zitella e, nel soddisfare la fame di sesso delle sue amanti, non ne ridicolizzi i relativi mariti, la cui mascolinità è in declino.
Sonetti
Nel sonetto Segnure 'Ncischiu..., Pantu fa dell'ironia nei confronti del suo rivale, un non menzionato poeta in auge, che ha osato sfidarlo portandosi nientemeno in Aprigliano. La partita in versi si risolve a favore di Duonnu Pantu ed allo sfidante non rimane altro da fare che allontanarsi con la coda tra le gambe.
Nel sonetto Jisti a de Pinnu..., il Nostro deride il suo avversario che si da l'aria di un grande poeta, lanciandogli alla fine una sfida poetica alla sua maniera.
Nel terzo sonetto Quarant'anni de cunnu..., Pantu rivolgendosi ad un suo amico lo ammonisce perchè si ostina come un deficiente ad aver rapporti sessuali al modo dei cafoni, a causa dei quali è mezzo rimbecillito, non privilegiando invece il "didietro" come papi, rè, cardinali e persone civili.
Canzuna
Nella Canzuna, in ottava rima, Pantu sostiene ch'è meglio fare il macellaio od il tavernaio, mestieri molto redditizi, e non di certo il letterato, professione che non ti consente sicuramente di arricchirti. Non mancano esempi di persone sapienti dell'antica Grecia, continua il Nostro, che patirono la fame o, ancor peggio, morirono poveri. Sbaglia, dunque, chi afferma che essere persona colta sia meglio di qualsiasi ricchezza.
Bibliografia essenziale
Domenico Piro : alias Duonnu Pantu / O. Lucente. - Cosenza : Edizioni Orizzonti Meridionali, 1996.
Duonnu Pantu : il mito / G. Marchese, F. Quattromani. - Cosenza : Edizioni Orizzonti Meridionali, 1996.
Osceno in giallo : l'enigma Duonnu Pantu e le poesie proibite / G. Palange. - Soveria Mannelli : Rubbettino, 1995.
Raccolta di poesie calabre : notizie sulla vita di Domenico Piro alias Duonnu Pantu / L. Gallucci. - Castrovillari : Patitucci, 1896.
Il rilevante genio poetico e una storia d'amore infelice sono alla base della sua fama: è uno dei poeti calabresi più significativi nell'ambito del mondo letterario italiano del '700, lodato, nel secolo seguente, anche dallo scrittore e critico letterario inglese Craufurd Tait Ramage, che lo fa conoscere nei circoli letterari londinesi. Della sua attività letteraria ci rimane solo La Gerusalemme liberata, "poema del signor Torquato Tasso, trasportata in lingua calabrese da Carlo Cosentini d'Aprigliano, Casale di Cosenza, e dedicata all'Eccellentissimo D. Francesco Maria Carafa, Principe di Belvedere ... Cosenza, MDCCXXXVII". L'impressione costante del lettore di quest'opera è quella di trovarsi dinanzi ad un poema sostanzialmente nuovo rispetto a quello del Tasso, che serve al Cosentini essenzialmente come traccia, per dar vita, nell'ambito della struttura narrativa tassesca, al suo prorompente mondo lirico, che si sostanzia dell'ambiente e del modo di vivere della gente di Aprigliano. Il Cosentini (citato anche come Cosentino e Cusentinu) è autore anche della commedia "Colambrosio" non pervenutaci. La fama del nostro poeta giunge anche a Parigi agl'inizi dell'800, portatavi da Francesco Salfi, ritenuto nella capitale francese critico di alta fama, come afferma Mario Sansone nella sua storia della letteratura italiana.
Frate dell'ordine dei Minimi. È un filosofo metafisico molto noto in Italia e in Francia nel secolo 18.; è un vero protagonista delle dispute filosofico-teologiche che si tengono in quell'epoca. La sua opera fondamentale è Dell'origine del Male contro Baile, stampata a Napoli nel 1749. Il Piro vi espone l'esigenza di una spiegazione sistematica e onnicomprensiva del sapere, che trova nella teologia la sua fase culminante in senso metafisico; egli confuta, con un'efficace dialettica, la concezione dualistica neomanichea del filosofo francese Baile. Affinchè il suo sistema antimanicheo della virtù abbia più valore e sia inteso come una continuazione della dottrina tradizionale-patristica, ne mette in risalto le concordanze con l'opera teologico-filosofica di Sant'Agostino. Il Piro configura il concetto di Provvidenza come orientatrice della vita di ogni uomo e della storia, presenza intrinseca, sicchè gli avvenimenti possono essere letti come segnali dell'evoluzione spirituale nella luce della grazia; il messaggio dell'umiltà si accompagna a quello della consapevolezza, della riflessione, della cultura.
[Da: Francesco Antonio Piro / di Pietro Addante. - Corigliano : Editrice MIT, 1964-1965 (voll. 1-2)]
La personalità poetica di Vincenzo Maria Filippelli, una delle più rilevanti del romanticismo dialettale calabrese, è di grande levatura, perché oggettivizza immagini, spesso di eccezionale potenza artistica, sentimenti profondamente sentiti, che riguardano soprattutto gli affetti familiari ed il piccolo mondo socio-culturale di Aprigliano, paese che per lui assume un significato di un modo di vivere, al quale il nostro poeta si sente appassionatamente legato. Questo piccolo centro culturale, che nel 17. e nel 18. secolo ha assunto il ruolo di capoluogo letterario della Calabria, vive nel 19. secolo, con il nostro poeta, una stagione di rinnovata vitalità poetica. Il realismo esistenziale piuttosto pessimistico di un paese come Aprigliano, che nel secolo scorso registrava una situazione socio-economica non certo confortante, diventa, tramite la mediazione poetica autorevolissima di Filippelli, una realtà emblematica universale. La sua fanciullezza è a noi sconosciuta, nè abbiamo notizie certe sulla sua formazione, che dovette comunque compiersi attraverso la lettura di romanzi, di saggi e prose varie, che egli otteneva in prestito da notabili del luogo, date le ristrettezze economiche della famiglia: fu prima nominato usciere di pretura durante il Governo Borbonico, ma perse l'impiego dopo i moti insurrezionali del 1860, poi si diede a fare il sarto e quindi il pittore decoratore. Vincenzo - di media statura, d'aspetto piacevole e piuttosto robusto, simpatico alla gente perchè era un tipo pieno di vita e di brio - rimase profondamente scosso dalla morte, in successione, di alcuni suoi cari: prima la madre, nel 1874, alla quale era particolarmente affezionato, poi la moglie, nel 1878, dopo un anno di matrimonio, l'anno seguente il figlioletto Michele. L'opera dispersa di Vincenzo Maria Filippelli, raccolta con pazienza certosina e tanta passione da Francesco Quattromani, include la riuscitissima farsa (in cinque atti) intitolata Diego Mazza, dalla trama semplice e molto gustosa per l'arguzia di alcuni personaggi, più volte rappresentata in Aprigliano da attori locali ed una produzione molto vasta di poesie (diverse, purtroppo, andate disperse) tra cui ci piace segnalare Lu Sùrice Pantuocchiu, una simpaticissima satira politica di alcuni personaggi dell'epoca, Apriglianu, poesia dedicata al suo paese, dove vengono descritte in maniera semplice e chiara le varie frazioni, Viju tri stilli e Arberu supra arberu, poesie d'amore, nelle quali decanta in maniera sublime dolci immagini di donne, U capillu, un brioso e divertente dialogo tra madre e figlia, e Le Umbre, in cui rende gloria agli uomini illustri del suo Paese, rievocandoli insieme alle loro opere, con un incitamento ai giovani di Aprigliano a mantenere l'unure casalinu, ossia sempre alto il nome di Aprigliano, terra di poeti.
[Da: Vincenzo Maria Filippelli, Aprigliano 1836-1893 : poeta apriglianese / a cura di Francesco Quattromani. - Cosenza : Tip. De Rose, 1982]
Ebbe tale soprannome perchè un giorno, dopo essersi fatta un gran mangiata di butirri, confidò agli amici che si era "scialatu". Salvatore, primo di otto figli, ancora ragazzo dovette sobbarcarsi il peso della famiglia, per la prematura scomparsa del padre. Così nel 1882, stimolato da una allettante proposta di lavoro come mulattiere, si trasferiva da Spezzano Grande (dove era nato) nella frazione Corte di Aprigliano. Quì conobbe Maria Rosaria De Miglio che sposò due anni dopo e dalla quale ebbe cinque figli. Fece tanti mestieri, provò la fortuna prima in Algeria, poi negli Stati Uniti d'America, per rientrare definitivamente nel 1908, dopo essersi ammalato, pare, di asma bronchiale. La sorte, che lo perseguitava di continuo, sembrava però favorire i suoi continui svaghi amorosi: le fimmine, pardìo, d'ogne culture, / vulìanu tutte quante esser'amate; ... ugned'una ccu mmie si nne calava". Poco tempo dopo il suo ritorno, a causa del suo precario stato di salute, che gli impediva di dedicarsi alla sua abituale attività di mulattiere, decideva di aprire, nella Via Largo Girone della frazione Corte, un locale per la vendita di vino ('a cantina 'e Scialata), che divenne ben presto il ritrovo preferito degli anziani Cortesi. Pur non avendo potuto frequentare scuole importanti, traspare dalle sue poesie la volontà di acculturarsi d'autodidatta. Sono di quel periodo le amicizie con uomini importanti quali i Filosa di Aprigliano e con l'allora ministro Luigi Fera, calabrese, che lo tenevano in simpatia. Il poeta-artigiano, che ama annoverarsi "ccu lli figli d'Apriglianu", "ch'è tterra de pueti e llitterati", nei suoi versi non può che trarre ispirazione da quel mondo popolare, sempre più numeroso, sempre più povero. Viva è, infatti, la sua protesta contro i soprusi e le ingiustizie perpetrate dalle classi dominanti ai danni delle masse popolari. A oltre settant'anni dalla sua morte la gente di Aprigliano lo ricorda con affetto e lo annovera tra i suoi cittadini illustri.
[Da: Salvatore Falcone alias Scialata, 1856-1923 : poesie / a cura di Francesco Quattromani. - Cosenza : Tip. De Rose, 1989]